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Buste paga ma anche lavoro dignitoso, urgente ripensare al modello di welfare

Su “La Sicilia” l’intervento del nostro segretario generale Giacomo Rota

Se ci fosse un teorema matematico per rilanciare la Sicilia della fase 2, lo avremmo già trovato: se diminuisci la burocrazia e aumenti le buste paga, allora la ripartenza arriverà, facile facile e soprattutto di sicuro successo. Di certo i siciliani, e soprattutto l’intera economia dell’Isola, beneficerebbero di una bella boccata di ossigeno se così fosse, ma penso che le soluzioni auspicate dalla seppure lucida riflessione del direttore de La Sicilia, Antonello Piraneo, nell’editoriale di domenica scorsa, in questa fase non rappresenterebbero la svolta.

Non sarebbero, insomma, gli indicatori principali di un cambiamento necessario a Catania così come a Palermo, o in qualunque altra zona dell’Isola. Il segnale più grande è arrivato nei primi giorni di emergenza Covid con l’attivazione della “clausola di crisi generale” presente nel Patto di stabilità, e ha consentito agli Stati membri di allontanarsi dal percorso di aggiustamento verso gli obiettivi di bilancio.

Il modello economico europeo del denaro a tutti i costi, che guarda al benessere della casse ma mai a quello del singolo cittadino e delle singole comunità, i tagli alla sanità pubblica, al welfare e quei diritti che si traducono in servizi necessari per i più deboli e per le famiglie, ci ha condotto nella situazione in cui ci trovavamo ben prima della Pandemia e oggi ci rivela in tutta la sua drammaticità cosa significa affrontare un’emergenza sociale prima ancora che sanitaria, senza avere le spalle larghe.

Il Covid ci ha mostrati per quello che siamo: nudi, dal Re all’ultimo dei cittadini. La Cgil, il mio sindacato, aveva già segnalato di quale materia fossero fatti i vestiti nuovi dell’imperatore. Tra i nostri eroi quotidiani ci sono medici e infermieri, molti dei quali lavorano con ritmi sovrumani nei reparti Covid, ma inquadrati con partite IVA anche nei giorni più neri; quelle stesse partite Iva che di certo non li garantiscono in caso di contagio o altra disavventura per la loro salute.

Anche loro sono eroicamente caduti nell’imbuto stritolante del lavoro senza garanzia e ad alto tasso fiscale. Altri eroi quotidiani: i rider. Abbiamo continuato a ricevere merce sin dentro casa grazie a loro, ma a parte qualche onesto tributo giornalistico sulla loro condizione, non siamo riusciti a garantire ai rider né una maggiore sicurezza sul lavoro, né un dignitoso salario con relative garanzie.

Questo è valso e continua a valere anche per le neo madri con partita IVA alle quali non è garantita la maternità, o agli artisti che in questi anni hanno sbarcato il lunario con il lavoro nero, e l’elenco si potrebbe allungare a dismisura, sino a toccare tutti coloro che arrotondano con piccoli lavori, spesso eseguiti anche nelle proprie abitazioni, in un sottobosco difficile da raggiungere. Anche per queste persone non esistono tutele di alcun tipo- con il conseguente aumento di rabbia e timore tanto utile ai sovranisti- in queste difficili settimane di tentata ripresa.

Eppure la Sicilia reale sono tutti loro, e il vecchio modello di welfare novecentesco nato appunto in un altro secolo, con altre condizioni e obiettivi nobili come quello di azzerare le diseguaglianze, deve essere ridefinito, ampliato, irrobustito e, soprattutto, messo in pratica. E allora a cosa servono le buste paga se poi rimandano a un lavoro povero che non garantisce la dignità?

Se allarghiamo il focus è evidente che le nostre democrazie occidentali sono di fronte ad un bivio imprevisto che sta imponendo un intervento statale anche sul settore privato di pubblico interesse. Gli stati si preparano ad intervenire sul trasporto aereo e sui lavori pubblici, il mantra “mai lo Stato nel privato” è saltato, e allora perché non immaginare misure di intervento più decise che spostino l’asse di interesse pubblico verso il reale bisogno dei cittadini e del territorio, servizi compresi?

Anche la partita del digitale si rivelerà decisiva per la ripresa: l’istruzione a distanza assicurata con regole e connessioni accessibili a tutti, un contact tracing sicuro e rispettoso della privacy, sono solo alcuni dei passaggi decisivi per una vera ripartenza. Il digitale in Italia e ovviamente in Sicilia, dovrà superare la barriera delle differenze sociali che da un pezzo si erano tramutate in divisioni, in nuovi muri.

Il “digital divide” non è un concetto da seminari digitali per amanti della modernità, ma è lo specchio della nostra fragilità economica e democratica. E nel frattempo la nuova partita è quella dei Big Data e delle infrastrutture immateriali, con relativo diritto di accesso da parte dei cittadini e dei privati, anche a sostegno delle imprese.

La rabbia populista, quella maneggiata ad arte prima del virus, oggi ha rivelato il suo vero volto: serve solo alle poltrone, danneggia la fiducia nella democrazia e nel futuro, e adesso lascia il posto ad una paura ancora più oscura, come oscuro è il virus. Ecco perché da sindacalista Cgil penso che i vecchi teoremi oggi servano a poco: la responsabilità sociale e l’attenzione concreta ai cittadini anziché al capitale fine a se stesso e “non per tutti”, è la vera scommessa. L’Europa potrebbe ancora fare la differenza. La Sicilia, pure.

Giacomo Rota, segretario generale Cgil Catania

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